38. Uno sguardo fisso  –  La Buona Notizia della XX Domenica del Tempo Ordinario  14 agosto 2016 –  a cura di don Carmine del Gaudio

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Domenica scorsa la liturgia ci ha richiamato il concetto della fede e noi abbiamo potuto ribadire che la fede per noi cristiani è semplicemente un incontro. E che incontro!

Spesso l’equivoco di noi cristiani è stato di vedere la fede come un vestito di festa da mettere in determinate circostanze e smetterlo in altre. Così non va perché si perde la parte migliore della fede che è la presenza davanti a noi del Cristo Salvatore.

Non mi nascondo che mettersi di fronte al Cristo spesso non è proprio comodo perché non si presenti m modo agevole né ci lascia nella cosiddetta pace: che pace non è perché ci sentiamo a disagio e ci sembra di non saper concludere nulla nella nostra vita. È il senso del fallimento che avvertiamo perché fondiamo solo su di noi, sulle nostre forze.

Nel mio ministero ho incontrato spesso delle persone che ritenevano addirittura Gesù uno scomodo che ti da fastidio e non ti permette di essere libero come vorresti tu, se mai gestendo tutto a modo tuo. Ecco la tragedia: a modo mio. È questa la rovina di tutto perché ci auto esaltiamo credendo di essere dei piccoli padrieterni bastanti a se stessi, poi ci accorgiamo che così non è.

Ho voluto dare a questa riflessione un piccolo titolo:  uno sguardo fisso. Perché?  L’ho voluto mutuare

Dalla seconda lettura della liturgia.

Dalla   

Lettera agli Ebrei (12,1-4)

Fratelli, anche noi, circondati da tale moltitudine di testimoni, avendo deposto tutto ciò che è di peso e il peccato che ci assedia, corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, colui che dà origine alla fede e la porta a compimento.
Egli, di fronte alla gioia che gli era posta dinanzi, si sottopose alla croce, disprezzando il disonore, e siede alla destra del trono di Dio.
Pensate attentamente a colui che ha sopportato contro di sé una così grande ostilità dei peccatori, perché non vi stanchiate perdendovi d’animo. Non avete ancora resistito fino al sangue nella lotta contro il peccato.

Tenere lo sguardo fisso su Gesù Cristo ci permette di scoprire il modello dell’uomo che per noi diventa il riferimento di tutto il nostro essere e del nostro agire. Egli affrontò la vita come un comune mortale, con le sue privazioni, le sue gioie, le sue sofferenze, i suoi dolori: ed arrivato alla croce come al supplizio più atroce per la dignità  e la modalità della sofferenza. Ma non si è sottratto: noi sappiamo e lo vogliamo ribadire: non si è sottratto per amore nostro. Tanto era ed è grande l’amore che Egli nutre per noi: anzi tutto ha saputo e voluto affrontare per offrire, a noi comuni mortali, la verità di una sofferenza che non potrà mai vincere contro l’uomo. L’uomo è abituato a vincere le piccole “battaglie”: Dio vince le “guerre”. Perciò la lettera agli Ebrei ci esorta e non stancarci e a non perderci d’animo. E ci indica come la sofferenza e la lotta cui l’uomo si deve abituare, è un allenamento per come affrontare il combattimento contro il male che è il peccato. Contro il peccato, con Lui, noi diventiamo più che vincitori.

Con la sua forza.

Qualche volta sarà capitato anche la lettore, il nostro Dio, il Dio di Gesù Cristo, ci dà la sensazione di essere distratto, con il volto girato dall’altro lato. E ci viene da dire: ma dove sta?! La certezza è che Dio non ci abbandona mai come verifichiamo nella prima lettura della messa di oggi:

Dal libro del profeta Geremìa (38,4-6.8-10)
In quei giorni, i capi dissero al re: «Si metta a morte Geremìa, appunto perché egli scoraggia i guerrieri che sono rimasti in questa città e scoraggia tutto il popolo dicendo loro simili parole, poiché quest’uomo non cerca il benessere del popolo, ma il male». Il re Sedecìa rispose: «Ecco, egli è nelle vostre mani; il re infatti non ha poteri contro di voi».
Essi allora presero Geremìa e lo gettarono nella cisterna di Malchìa, un figlio del re, la quale si trovava nell’atrio della prigione. Calarono Geremìa con corde. Nella cisterna non c’era acqua ma fango, e così Geremìa affondò nel fango.
Ebed-Mèlec uscì dalla reggia e disse al re: «O re, mio signore, quegli uomini hanno agito male facendo quanto hanno fatto al profeta Geremìa, gettandolo nella cisterna. Egli morirà di fame là dentro, perché non c’è più pane nella città». Allora il re diede quest’ordine a Ebed-Mèlec, l’Etiope: «Prendi con te tre uomini di qui e tira su il profeta Geremìa dalla cisterna prima che muoia».

Il profeta, e tutti i profeti,  quelli di ieri e anche quelli di oggi, non hanno vita facile. Il cristiano è e deve essere un profeta. Specialmente quando parla il linguaggio di Dio. E la Parola di Dio diventa scomoda e attira l’ira dei nemici di Dio, dei nemici del bene. Dei nemici della verità. Questi nemici con Geremia sembrano vincere: viene gettato nella cisterna piena di fango dove la sua fine era inevitabile. Ma Dio è presente ed è pronto ad intervenire e salva il suo profeta. Il male non vincerà mai.

Lo scenario che ci presenta il Vangelo poi ci introduce ancora di più in questo discorso.

Dal Vangelo secondo Luca (12,49-53)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso! Ho un battesimo nel quale sarò battezzato, e come sono angosciato finché non sia compiuto!
Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma divisione. D’ora innanzi, se in una famiglia vi sono cinque persone, saranno divisi tre contro due e due contro tre; si divideranno padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre, suocera contro nuora e nuora contro suocera».

Che Gesù possa essere scomodo non ci scandalizza per nulla. L’incontro prelude  e porta alla fede in Lui. È che quando questo Benedetto Figlio di Dio ti prende, ti affascina a tal punto da farti perdere la testa. Mi possono capire questo linguaggio tutti quelli che anche a livello umano, nei rapporti alla nostra portata come quello tra un ragazzo ed una ragazza, sperimentano che quando un amore ti prende la testa, il cuore, ti prende tutto te stesso e non puoi fare a meno di quella persona. Quando ero nella precedente parrocchia ho conosciuto giovani che ogni sera, anche dopo una giornata di lavoro per nulla agevole e molto faticosa, si mettevano in macchina e facevano centinaia di chilometri pur di andare a casa della fidanzata e stare accanto alla donna amata. Quando il cuore comanda, difficile resistergli.

Quando Gesù ti prende il cuore, la mente, tutto il tuo essere, non puoi fare più a meno di Lui e Gli dai anima e corpo. Tutti lo capiranno? macché! Ovvio allora che in una casa possiamo trovare diverse persone su posizioni diverse. D’ora innanzi, se in una famiglia vi sono cinque persone, saranno divisi tre contro due e due contro tre; si divideranno padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre, suocera contro nuora e nuora contro suocera. Ecco svelato l’arcano. Questa è guerra ma non è la guerra che pensiamo noi. Questo è il fuoco, ma il fuoco dell’amore, non il fuoco delle devastazioni. Questo crea divisioni ma non  rotture, odi, antagonismi.

Allora. Ci troviamo di fronte ad una scelta, ancora una volta. Lo lasciamo entrare dentro la nostra vita Gesù il Figlio di Dio, il Salvatore?

Facciamo nostro il pregare del Salmista (39): Ho sperato, ho sperato nel Signore, ed egli su di me si è chinato, ha dato ascolto al mio grido. Mi ha tratto da un pozzo di acque tumultuose, dal fango della palude; ha stabilito i miei piedi sulla roccia, ha reso sicuri i miei passi… Ma io sono povero e bisognoso:
di me ha cura il Signore.Tu sei mio aiuto e mio liberatore: mio Dio, non tardare.

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