37. Fedeltà e vigilanza – La Buona Notizia della XIX Domenica del Tempo Ordinario  –  7 Agosto 2016  a cura di don Carmine del Gaudio

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Il Salmo 32 che pregheremo nella liturgia domenicale ci fa esclamare: Ecco, l’occhio del Signore è su chi lo teme, su chi spera nel suo amore, per liberarlo dalla morte e nutrirlo in tempo di fame.  L’anima nostra attende il Signore: egli è nostro aiuto e nostro scudo. Su di noi sia il tuo amore, Signore, come da te noi speriamo. 

L’occhio di Dio che è Padre è sempre puntato su di noi. Il suo sguardo ci fa vivere e infonde in noi la sua grazia amorevole.

A noi il compito di renderci contro di questo sguardo e di intercettarlo per la nostra vita come fonte di salvezza. Diciamo che anche da questo sguardo intercettato e goduto prende forza la nostra fede. In quello sguardo Dio ci parla e si comunica a noi.

Dalla lettera agli Ebrei  (11, 1-2.8-19)

Fratelli, la fede è fondamento di ciò che si spera e prova di ciò che non si vede. Per questa fede i nostri antenati sono stati approvati da Dio.

Per fede, Abramo, chiamato da Dio, obbedì partendo per un luogo che doveva ricevere in eredità, e partì senza sapere dove andava.

Per  fede,  egli  soggiornò  nella  terra  promessa  come  in  una  regione straniera,  abitando  sotto  le  tende,  come  anche  Isacco  e  Giacobbe, coeredi  della medesima  promessa. Egli  aspettava  infatti  la  città  dalle salde fondamenta, il cui architetto e costruttore è Dio stesso.

Per  fede, anche Sara,  sebbene  fuori dell’età,  ricevette  la possibilità di diventare madre,  perché  ritenne  degno  di  fede  colui  che  glielo  aveva promesso.  Per  questo  da  un  uomo  solo,  e  inoltre  già  segnato  dalla morte,  nacque  una  discendenza  numerosa  come  le  stelle  del  cielo  e come  la  sabbia  che  si trova  lungo  la  spiaggia  del mare  e  non  si  può contare.

Nella  fede morirono tutti costoro, senza aver ottenuto i beni promessi, ma  li  videro  e  li  salutarono  solo  da  lontano,  dichiarando  di  essere stranieri  e pellegrini  sulla  terra. Chi parla  così, mostra di  essere  alla ricerca di una patria. Se avessero pensato a quella da cui erano usciti, avrebbero avuto  la possibilità di ritornarvi; ora  invece essi aspirano a una  patria  migliore,  cioè  a  quella  celeste.  Per  questo  Dio  non  si vergogna  di  essere  chiamato  loro  Dio. Ha  preparato  infatti  per  loro una città.

Per  fede,  Abramo, messo  alla  prova,  offrì  Isacco,  e  proprio  lui,  che aveva  ricevuto  le promesse,  offrì  il  suo  unigenito  figlio, del quale  era stato detto: «Mediante Isacco avrai una tua discendenza». Egli pensava infatti che Dio è capace di far risorgere anche dai morti: per questo lo riebbe anche come simbolo.

Ci vengono presentato personaggi che hanno intercettato lo sguardo di Dio nella loro vita ed ecco come hanno agito: ecco Abramo, il grande uomo di fede, il padre nella fede che quando avvertì la chiamata di Dio non esitò a partire per iniziare a fare la sua storia insieme  Dio. Lasciò la sua casa i suoi beni e si avventurò per una strada nuova. Tutto fondato sulla promessa di Dio; ecco Sarà che nonostante età e impedimenti divenne mamma del figlio Isacco. Lo stesso Isacco che Abramo non esitò di affidare a Dio e di offrirlo: ma lo riebbe sano e salvo perché il Dio che mandò il Figlio suo a morire non chiederà mai all’uomo il sacrificio umano. Questa è fede. E Dio mantiene sempre le sue promesse, fatte all’uomo.

L’uomo è troppo caro a Dio e guai a chi tocca l’uomo: Dio è il difensore dei poveri e delle vedove, è colui che protegge gli sfiduciati, gli smarriti, gli abbandonati, i maltrattati. Lo ricorda il brano

Dal libro della Sapienza  (18, 6-9)

La notte [della liberazione]fu preannunciata ai nostri padri, perché avessero coraggio,

sapendo bene a quali giuramenti avevano prestato fedeltà.

Il tuo popolo infatti era in attesa della salvezza dei giusti, della rovina dei nemici.

Difatti come punisti gli avversari, così glorificasti noi, chiamandoci a te.

I figli santi dei giusti offrivano sacrifici in segreto e si imposero, concordi, questa legge divina:

di condividere allo stesso modo successi e pericoli, intonando subito le sacre lodi dei padri. 

Questo è il modello su cui occorre costruire la città degli uomini, una città fatta a misur di amore, di carità, di comprensione e di fiducia.

Di fronte a questo Dio, domandiamoci  con serenità: ma qual’è l’atteggiamento degli uomini più adatto a dare queste risposte?

Ci risponde il Vangelo.

Dal Vangelo secondo Luca (12, 32-48)   

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: 

«Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto dare a voi il Regno.

Vendete  ciò  che possedete  e datelo  in  elemosina;  fatevi borse  che non invecchiano,  un  tesoro  sicuro  nei  cieli,  dove  ladro  non  arriva  e  tarlo non  consuma.  Perché,  dov’è  il  vostro  tesoro,    sarà  anche  il  vostro cuore. Siate  pronti,  con  le  vesti  strette  ai  fianchi  e  le  lampade  accese;  siate simili a quelli che aspettano  il  loro padrone quando torna dalle nozze, in modo che, quando arriva e bussa, gli aprano subito.  Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità io vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà  a  servirli.  E  se,  giungendo  nel  mezzo  della  notte  o  prima dell’alba, li troverà così, beati loro!  Cercate  di  capire  questo:  se  il  padrone  di  casa  sapesse  a quale  ora viene  il  ladro, non si  lascerebbe scassinare  la casa. Anche voi  tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo».

Allora Pietro disse: «Signore, questa parabola  la dici per noi o anche per tutti?». 

Il Signore rispose: «Chi è dunque  l’amministratore  fidato e prudente, che  il padrone metterà a capo della sua servitù per dare  la razione di cibo  a  tempo  debito?  Beato  quel  servo  che  il  padrone,  arrivando, troverà ad agire così. Davvero io vi dico che lo metterà a capo di tutti i suoi averi.   Ma se quel servo dicesse in cuor suo: “Il mio padrone tarda a venire”, e  cominciasse  a  percuotere  i  servi  e  le  serve,  a mangiare,  a  bere  e  a ubriacarsi,  il  padrone  di  quel  servo  arriverà  un  giorno  in  cui  non  se l’aspetta e a un’ora che non sa, lo punirà severamente e gli infliggerà la sorte che meritano gli infedeli. 

Il  servo  che,  conoscendo  la  volontà  del  padrone,  non  avrà  disposto  o agito  secondo  la  sua  volontà,  riceverà  molte  percosse;  quello  invece che,  non  conoscendola,  avrà  fatto  cose  meritevoli  di  percosse,  ne riceverà poche. 

A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più».

In effetti: sapersi mettere nelle mani di Dio! Ecco il segreto. In fondo in fondo la nostra vita è nelle nostre mani e sembra che la facciamo noi. eppure la fa Lui. Per questo motivo non dobbiamo aver paura di sorta perché il Padre tutto ci ha dato senza nulla riservarsi. Il Signore verrà prima o poi e arriva nella nostra vita: lo dobbiamo attendere nella rivelazione che ci farà di Se Stesso. Scatta qui il discorso della nostra attesa, della nostra vigilanza, per cogliere il momento della visita di Dio. La vigilanza richiede fianchi cinti, lampade accese cioè un’attenzione verso quei segni che ci dicono che il Signore è presente, è vicino, è pronto a darci quelle risposte che il nostro cuore desiderano. Ma più che risposte quando arriva il Signore porta se stesso e ci dona se stesso con il bagaglio di amore e di vita con il corredo delle sue grazie che sono linfa per la nostra esistenza.

La vita del mondo è stata messa nelle nostre mani. Da noi dipende la nostra storia. Se la scriviamo come storia d’amore, sarà storia d’amore: se la scriviamo come storia di divisioni, odio, uccisioni, massacri, offese, disprezzo verso i fratelli e verso la vita dei fratelli, essa sarà storia che si ritorce contro noi stessi: ecco l’inferno che spesso stiamo vivendo: sono le nostre scelte sbagliate, fatte come se Dio non esistesse, che si ribaltano contro di noi.

Stiamo piangendo quasi ad intermittenza: un giorno sì e un altro ancora. Ma cosa aspettiamo ad alzare lo sguardo per incrociare lo sguardo di Dio? Sarà la nostra fortuna trovare quello sguardo perché daremo una svolta alla nostra esistenza non più fondata su cose m su valori e questi stretti alle persone. Proprio domenica scorsa ricordavamo che non vale attaccarsi alle cose, alle ricchezze di questo mondo. Dobbiamo cercare le cose di lassù. Questo non è bigottismo bensì realismo cristiano. Questa è equilibrio nel rapportare e riportare a Dio tutto quello che è suo, creato da Lui per il bene e per l’uomo. Questo è impegnare la nostra vita nel migliore dei modi e spenderla l servizio del progresso dell’umanità. La fede e l’amore salveranno il mondo: nonostante tutto.

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